“Ora bisogna combattere”: L’Onda delle Donne Sfida Trump – Famiglia Cristiana (WEB)

In cinquecentomila a Washington da tutti gli Stati Uniti per protestare contro il neo presidente. Onda rosa anche a Chicago, Los Angeles, New York e in moltissime città americane. Le voci da Boston tra rabbia e ironia. Shannon: «Ivanka unisciti a noi». Beth: «Sono qui per mio figlio». Jane: «La libertà va difesa sempre»

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Donne linkBOSTON – Nel giorno Uno dell’era Trump l’America si tinge di rosa. Letteralmente. Con i centri delle maggiori citta’– e di tante altre medie e piccole – invasi da un pacifico esercito di manifestanti ognuno dei quali con indosso, quasi a mo’ di divisa, un indumento, o un accessorio del colore da sempre simbolo di femminilita’.

E il Boston Common, parco principale della capitale del Massachusetts, e spazio pubblico fin dai tempi della guerra d’indipendenza, non fa eccezione: in un mare di sciarpe e cappucci di lana, che va dal rosa pallido al viola acceso, passando per il Fucsia e il magenta, cerco, invano, di raggiungere il palco da dove la senatrice Elizabeth Warren, potente e ascoltatissima voce della sinistra americana, galvanizza una folla – in realta’ gia’ galvanizzata di suo – cosi’ fitta da coprire interamente il verde del parco con le sue mille sfumature .. rosa, appunto. “Adesso possiamo o piagnucolare o combattere,” urla. L’ovazione da stadio dopo un gol in Champions’ League non lascia dubbi su quale delle due opzioni ha intenzione di scegliere questo esercito di donne – insieme a tantissimi uomini in verita’ – comuni, convenuto qui, dove il generale George Washington nel 1775 raduno’ il suo prima di marciare verso sud e strappare agli Inglesi la colonia che lui e i suoi chiamavano casa.Rachel e la regina

Piu’ che mai appropriato per il luogo, dunque, il siparietto organizzato da quattro amiche
che salutano con una mano i presenti ruotando il polso, facendo il verso a Elisabetta d’Inghilterra, e con l’altra mostrano un fotomontaggio con il volto di Trump sul corpo della sovrana e la scritta “non vogliamo un altra regina.” Chiedo spiegazioni. Rachel, la piu’ loquace risponde: “Trump si comporta come un monarca: a lui non e’ chiaro il concetto di democrazia, .. ma a noi si!”

Dietro di me sento un canto familiare “Avanti popoloooo alla riscossaaa …” sono due ragazzotti, Brendon e Alex uno irlandese, l’altro italoamericano (classica combinazione etnica Bostoniana) con due bandiere, chiaramente rosse, attaccate a lunghe aste. Hanno capito che sono italiano e la cantano tutta, in coro, perfettamente intonati, senza sbagliare nemmeno una parola. A “trionfera’!” scoppiano a ridere, poi diventando subito seri aggiungono “I dritti delle donne sono i diritti di tutti: siamo tutti nella stessa barca, o si naviga o si affonda insieme.”

L’impressione qui e’ che “Adesso,” come ha detto la Warren – con Donald J. Trump appena diventato il 45esimo successore del primo presidente che ha dato il nome alla capitale, “bisogna combattere ancora.” Per i diritti delle donne, certo (in primis, come recitano tanti cartelli, quelli legati alla riproduzione), ma anche delle minoranze etniche e razziali, degli immigrati, dei rifugiati, degli omosessuali, dei disabili, o semplicemente di chi usufruisce di sanita’ e scuola pubbliche.

“Sono qui per mio figlio” dice Beth, ragazza non ancora trentenne, intenta a decifrare i suoni che arrivano dal podio, “sai lui sta per nascere e non voglio che trovi un mondo dove e’ legittimo maltrattare o mancare di rispetto alle donne; e un’altra cosa non voglio … che gli venga in mente di nascere oggi!”. Ridiamo insieme, poi guardandola meglio, no so piu’ se e’ una battuta o un modo per esorcizzare … nel vedermi preoccupato aggiunge: “Capsici quanto e’ importante essere qui?”

John, ragazzo sulla venticinquina sfoggia un cartello contro Betsy De Voss il neoministro della pubblica istruzione appena nominata da Trump e nota per le sue intenzioni di favorire le scuole private a spese di quelle pubbliche, “l’amministrazione che si sta scegliendo e’ vergognosa,” mi dice appena mi avvicino, “certo qui lo sappiamo tutti, ma se urliamo abbastanza forte magari ci sentono anche nel resto del paese.” Sua moglie Elaine, di chiare origini asiatiche gli sta accanto: il suo cartello dice “Basta piangere: Organizziamoci!”. “In America siamo oltre l’apatia,” aggiunge “da un po’ ci siamo dimenticati di quanti modi ci siano per influenzare la politica. Oggi e’ un buon inizio: spero solo che non sia un fuoco di paglia.”

La retorica Trumpiana, continuata ben al di la’ della campagna elettorale addirittura fino al discorso d’insediamento, con i suoi muri, i suoi dazi, e i suoi smantellamenti, primo fra tutti quello del sistema sanitario, spaventa terribilmente la sinistra americana. Tutta la sinistra, non solo quella degli attivisti e dei radicali ma anche quella piu’ moderata e silenziosa, degli atenei e dei sobborghi.dicktator2

Non stupisce dunque che alla manifestazione di Boston, che della sinistra e’ tradizionalmente roccaforte nazionale, ci siano tutti: dai senatori federali, al sindaco, a una serie di politici e notabili locali. E poi tanta, tantissima gente comune, di tutte le eta’ e di tutti i ceti sociali, che dal parco, dopo i discorsi e gli incitamenti all’azione, lentamente, ordinatamente e soprattutto pacificamente, tracima in strada col sorriso sulle labbra e, nella maggior parte dei casi, un cartellone in mano, quasi a formare un caleidoscopio di parole disegni e simboli fatti in casa che vanno dalla satira raffinata all’arrabbiatura nera e che in realta’ spiegano il sentimento generale meglio di tanti discorsi politici.

Tra i numerosi slogan femministi classici degno di nota un “se partorissi proiettili i repubblicani mi finanzierebbero”, molte le parafrasi degli slogan trumpiani “Rendiamo l’America di nuovo gentile”; “L’America e’ gia’ grande, manteniamocela”; i giochi di parole con la parola Trump (che intesa come verbo significa sconfiggere, sovrastare) ma anche tanto umorismo: “Se non fosse per gli immigrati, Trump non avrebbe neanche una moglie”; fino addirittura a degli improbabili “Liberate Melania” e “Invanka unisciti a noi”.Shannon e Jane

Quest’ultimo appartiene a Shannon, venuta qui dall’adiacente Stato del New Hampshire con la mamma Jane e la figlia Ann: “In fondo e’ una mamma che lavora anche lei no? E poi fino a qualche anno fa era democratica no? Suo padre lo era! ” ride di gusto. “Se le elezioni fossero andate diversamente forse non saremmo cosi’ in tanti,” interviene piu’ seria sua madre Jane, “ma la liberta’ va difesa sempre, anzi avremmo dovuto fare qualche marcia di piu’ anche sotto Obama, altro che’! Va be’ vorra’ dire che non c’e’ disgrazia che non porta fortuna”. “A un certo punto la piccola Ann, dieci anni o giu’ di li’ stufa di tante chiacchiere mi prende il registratore e ci urla dentro: “Potere alle donne!”

Su questa nota, mamma figlia e nipote si uniscono ai 175,000 di Boston (questa la cifra ufficiale dei partecipanti) che incoraggiati dalle notizie che arrivano dal resto della nazione (500,000 a Washington, almeno altrettanti a Los Angeles, 250,000 a New York, 200,000 a Chicago) per il resto della giornata scorrono come un fiume lento ma deciso per le strade del centro col suo carico di insoddisfazione per il risultato elettorale, inquietudine per i prossimi 4 anni, e voglia di resistere a un amministrazione che oggi nel giorno uno dell’era Trump, nelle strade di Boston e in quelle di tutta l’America e’ percepita, senza mezzi termini, liberticida.IMG_6415

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