Intervista a Stefano Salimbeni, il giornalista che guarda gli Stati Uniti “da dentro”. E li racconta senza filtri.
di Fabio Bernacconi
«L’America non è un sogno, ma un campo di battaglia tra sogni diversi.» A parlare è Stefano Salimbeni, voce e autore di US Monitor, il podcast che ogni settimana racconta gli Stati Uniti da un punto di vista inedito: quello di un italiano che vive e lavora a Boston da quasi 30 anni, lontano dalle lenti dei notiziari e dai cliché delle serie TV. Il suo racconto è denso, diretto, spesso scomodo. Come l’America che prova a descrivere.
Stefano, com’è iniziata questa tua storia americana?
«Sono arrivato per fare un master in giornalismo, “nel secolo scorso”, poi qui, a parte una piccola pausa, mi sono fermato, e ho iniziato a raccontarla in TV. E più raccontavo, più capivo che l’America vera non era nei comunicati stampa, ma nei corridoi delle scuole, nelle sale d’attesa degli ospedali, nei discorsi tra sconosciuti al supermercato. Una serie di cose mi hanno spinto a restare, e una di queste e’ proprio la voglia di capire. Che poi, capire l’America, e’ una parola grossa ma intanto sono quasi 30 anni che ci provo.»
Che differenza c’è tra l’America che vivi ogni giorno e quella che gli italiani immaginano?
«Gigantesca. L’Italia spesso vede un’America semplificata, in bianco e nero. O cowboy e McDonald’s, o Silicon Valley e Wall Street. In mezzo c’è un mondo fatto di persone, contraddizioni e lotte quotidiane. E anche di tanta gente che nessuno in Europa immagina.»
“US Monitor” nasce proprio per questo?
«Sì. Dopo essere stato consigliato da tanti, ho voluto fare un Podcast che andasse oltre le breaking news. Un diario ragionato, ma anche emozionale. In cui il giornalismo si mescola all’esperienza personale. Un modo per riportare in Italia la complessità di un Paese che si capisce solo vivendolo.»
Cosa ti ha colpito di più negli ultimi tempi?
«Non solo negli ultimi tempi, ma da sempre, la solitudine. Quella sociale. L’America è divisa, sì, ma prima ancora è disconnessa. Le persone hanno smesso di parlarsi. C’è una polarizzazione che si vede nei comizi, nelle strade, nei giornali, in TV. E quando manca il dialogo, resta solo il rumore e, purtroppo, sempre piu’ spesso, la violenza»
Parli spesso di politica, ma in modo non convenzionale.
«Perché Trump non è la causa, è il sintomo. Lui ha solo cavalcato una frattura che esisteva già. La politica qui è un teatro che alimenta divisioni per nascondere i veri problemi: l’accesso alla sanità, l’istruzione, il debito studentesco, le diseguaglianze.»
Perché hai scelto il podcast?
«Perché in televisione non mi vogliono piu! E non sto scherzando!! Pero’ devo ammettere che questo formato lascia spazio al tempo. Il tempo di approfondire, di spiegare, di dubitare. Nei media tradizionali c’è fretta, qui posso respirare. E posso far respirare anche chi ascolta. In piu’ il linguaggio e piu’ libero: non ci sono tanti limiti che la televisione ti impone, anche se io dopo tanti anni, ancora faccio fatica a svincolarmene. Per carita’ senza esagerare pero’: come nella musica, che io come tutti sapete, faccio per hobby, qualche parolaccia la posso mettere, e la metto anche di gusto, ma solo quando serve davvero. Altrimenti il linguaggio si inflaziona (come ho sempre spiegato ai figli) e poi anche le parolacce perdono di valore»
Hai un tuo metodo nel costruire le puntate?
«Ascolto molto, leggo molto, e soprattutto guardo un sacco di televisione. E poi cerco un filo. A volte è la politica, a volte è un incontro casuale, un odore, un luogo. Il podcast è costruito come un reportage narrativo. E io lo vivo come tale. E non dimentichiamo di dire che e’ un podcast da ascoltare, certo, ma anche, e soprattutto, da guardare! Giro quasi tutte le immagini e poi le monto pure: e’ quasi un one-man-show. Per alcune, pero’, mi aiuta il mio secondo figlio (che figlio non e’ ma e’ come se lo fosse) Christopher, molto bravo con la telecamera. Dopo piu’ di mille storie uscite in televisione con il mio nome sotto, posso dire, senza falsa modestia, che di televisione un po’ me ne intendo! Il web invece, con tutte le sue dinamiche, (compresi i maledetti social media) non lo conosco proprio. Ma li’ ho la fortuna di avere un team di amici che mi aiuta e mi mette in onda in luoghi che io non so nemmeno come si scrivono! Chiaramente tutti speriamo che prima o poi questa nuova avventura produca anche reddito .. per ora e’ solo tanto divertente!»
Se dovessi raccontare l’Italia agli americani?
«Me lo chiedono spesso: e io comincio a parlare delle tante eccellenze italiane, anche se gli americani, che idealizzano l’Italia, tra cibo, vino, moda e Ferrari, spesso non ne hanno bisogno. Poi pero’ continuo parlando anche dei nostri tanti difetti: magari non e’ una bella pubblicita’, ma e’ importante che la gente sappia anche le inefficienze, sia collettive che individuali, che si nascondono dietro i monumenti, i ristoranti e il design. Io amo la mia nazione profondamente, ma voglio che di essa venga fuori un immagine piu’ realistica possibile.
Cosa ti manca dell’Italia?
«Chiaramente i rapporti umani. E anche il tempo! In America non c’e’ mai tempo di fare niente, invece in Italia si. E mi manca il modo in cui in Italia si discute di politica: anche animatamente, ma con una profondità diversa. Chiaramente io, a tutte queste mancanze, riparo tornando a casa almeno due volte se non tre l’anno. Ed e’ davvero un piacere salire su un aereo e dire “sto tornando a casa” non importa in che direzione vada».
Dove porterai US Monitor?
«Vorrei farlo crescere. Magari una serie TV. Magari un libro. Ma soprattutto vorrei che diventasse un punto di riferimento per chi cerca l’America vera, senza filtri. Un podcast che ascolti e che ti faccia dire: “Ah… non l’avevo vista così”. Ma il vero sogno sarebbe trasformarlo in una professione vera e propria cosi da tornare, davvero, a fare il giornalista per mestiere»
Ascoltare, anzi guardare, US Monitor non significa solo conoscere l’America. Significa imparare a riconoscere il rumore del nostro tempo: quello delle polarizzazioni, delle verità parziali, delle vite che scivolano nell’ombra mentre tutti guardano altrove. Stefano Salimbeni, con la sua voce pacata ma decisa, ci invita a fare un passo indietro. Non per rinunciare a capire, ma per osservare meglio. Per imparare che dietro ogni notizia c’è una persona. Che dietro ogni voto c’è un bisogno. Che dietro ogni “America” ci sono milioni di americhe diverse, contraddittorie, ferite, vitali.
C’è un filo sottile che lega chi parte e chi resta, chi osserva e chi racconta. È il filo del dubbio, della curiosità, della voglia di ascoltare prima di giudicare. In un’epoca in cui tutto grida, US Monitor sussurra. E proprio per questo, lascia il segno. Forse è questo il vero giornalismo oggi: non spiegare il mondo, ma mettersi accanto a chi prova ogni giorno a viverlo. E allora, se c’è un merito da riconoscere a Stefano Salimbeni, è proprio questo: averci fatto tornare il gusto della complessità. E, soprattutto, il coraggio di guardarla in faccia.