Il Congedo dell’Eroe – L’Azione

L’Ultima Lezione all’America (e non solo), del Senatore John McCain

Cari concittadini,

Esattamente dieci anni fa, all’epilogo della campagna elettorale che incorono’ il primo presidente Afroamericano della storia degli Stati Uniti, fresco di notte delle elezioni seguita di persona in veste di producer del TG2, scrissi sulle pagine di questo giornale quanto segue:

“… una grande lezione di democrazia e’ arrivata da Phoenix, dove lo sconfitto John McCain, da grande soldato quale e’, ha accettato la sconfitta con la stessa dignita’ con cui avrebbe probabilmente festeggiato la vittoria. “Stasera il risultato brucia” ha detto ai suoi “ma l’America ha parlato chiaro e da domani Barack Obama e’ il vostro – e’ il mio – presidente: come tale va accettato e sostenuto.” Poi dopo aver tacitato I fischi di alcuni deficienti (la cui madre e’ sempre incinta anche qui, specie in casa repubblicana) l’eroe del Vietnam, senatore da piu’ di trent’anni, ha concluso dicendo: “l’America non si nasconde dietro la storia, la fa! E in questa serata storica io amo l’America piu’ che mai”. … e questo e’ il candidato che ha perso. Chapeau!”

Due settimane fa alla notizia della sua morte, giunta dalla sua amatissima Arizona, il cappello se l’e’ tolto l’America intera; e non se l’e’ piu’ rimesso, almeno fino alla sua sepoltura nel cimitero dell’accademia navale di Annapolis, Maryland, dalla parte opposta dell’America, dove la salma di John, dopo due cerimonie solenni una a Phoenix, e l’altra a Washington, ha ‘raggiunto’ quelle del padre e del nonno, (John Sr. e John Jr.) entrambi ammiragli di marina.

Per lui, il terzo John della serie, la carriera militare duro poco: nel 1967 il caccia che pilotava fu abbattuto nei cieli del Nord Vietnam, e dopo 5 anni trascorsi li’ da prigioniero di guerra (esperienza che lo mino’ pesantemente nel fisico ma non nello spirito), e 4 di incarchi “d’ufficio”, decise di lasciare la marina. Nonostante la sua resilienza durante la prigionia gli fu subito riconosciuta, non ando’ oltre il grado di capitano. Eppure la coreografia degli eventi, compresi i numerosi trasferimenti del feretro attraverso l’America, non aveva niente da invidiare (almeno agli occhi di chi, come il sottoscritto, e’ digiuno di riti militari) a quella che si riserva a un generale di corpo d’armata.

Piu’ brillante per McCain fu la carriera politica: in 31 anni da senatore, piu 4 da deputato, ha presieduto commissioni, (Commercio con l’estero, Forze Armate, Rapporti con i Nativi Americani) e guidato innumerevoli battaglie parlamentari a favore delle cause piu’ disparate tra le quali spiccano quella per la normalizzazione del rapporti col Vietnam (pensate un po’!!) e quelle bi-partisan per la riforma del finanziamento pubblico ai partiti e del codice d’immigrazione (leggi che adesso portano il suo nome) che negli anni hanno contribuito insieme a molte altre alla sua reputazione di “Maverick” – o cavallo indomabile, selvaggio, senza marchio.

Di fatto il Senatore John McCain, – nonostante conservatore fino al midollo, in economia, esteri, welfare e via dicendo – non ha mai esitato a fregarsene delle linee di partito e cercare appoggio dalla parte opposta quando riteneva una causa giusta; o ad apostrofare pubblicamente i colleghi – presidenti compresi – quando secondo lui facevano qualcosa di sbagliato.

Non a caso aveva quasi piu’ amici tra i Democratici che tra i Repubblicani come lui, e non a caso i due oratori principali alle due cerimonie funebri sono stati Barack Obama e il suo vice alla Casa Bianca, Joe Biden, proprio negli anni in cui alla Casa Bianca aveva cercato – quasi riuscendoci – di andarci lui.

Certo ai funerali c’erano anche tanti amici e colleghi del suo partito, come George Bush che lo batte’ alle primarie la volta precedente nel 2000, e indipendenti, come l’amico Joe Libermann che non scelse come vice nel 2008 – preferendogli quell’oca giuliva di Sara Palin per paura della destra populista: un errore di cui si rese conto quasi subito e di cui negli anni parlo’ spesso, anche di recente – praticamente in punto di morte.

Si perche’ John McCain era uno che gli errori li ammetteva. Gliel’hanno riconosciuto tutti gli oratori che si sono avvicendati davanti alla sua bara avvolta nelle stelle e strisce. Cosi come il fatto che quegli errori erano sempre e comunque in buona fede e mai frutto di convenienza politica, e che quando criticava anche duramente gli avversari (cosi come i compagni) non ne metteva mai in dubbio l’onesta’, le motivazioni, i valori o il fatto che come ha detto Obama dal pulpito della Cattedrale di Washington “giocassimo tutti per la stessa squadra”. … a meno che, chiaramente, cosi non fosse!

Non e’ un caso che ai funerali, degni del presidente che McCain non e’ riuscito a diventare, ci fossero tre ex-inquilini della Casa Bianca ma mancasse quello attuale, Donald Trump – semplicemente perche’ non invitato dal “festeggiato”. McCain infatti durante la malattia aveva preparato le proprie esequie nei minimi dettagli, e nel farlo, ha dato l’ultimo, potentissimo, segnale politico al Paese che amava tanto e che ha servito con stoica coerenza fino all’ultimo respiro.

Lui che in vita si era guadagnato la stima dell’America per non aver aperto bocca in Vietnam e per aver fatto l’esatto contrario a Washington, da morto, mettendo insieme, ai suoi funerali, le voci piu’ autorevoli e prestigiose della vita pubblica americana recente – senza distinzione di colore politico – ha ricordato a tutti, in questi tempi sciagurati di piccolezze e volgarita’ Trumpiane, cosa significa giocare per la stessa squadra a prescindere da quanto si litiga negli spogliatoi.

“L’America di mio padre non ha bisogno di essere resa grande di nuovo” ha detto la figlia Meghan parafrasando lo slogan elettorale del grande assente dopo essersi asciugata le lacrime “l’America di John McCain non ha mai smesso di essere grande”.

Riposa in pace grande soldato, e sappi che il tuo DNA e in buone mani.
Chapeau!

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